Visualizza Feed RSS

Area Chrom(ata)

Lo spartiacque culturale dell'Italia.

Valuta Questa Inserzione
Nel 1996, accadde una cosa mai vista in Italia: Denny Mèndez, dominicana di colore naturalizzata, vince il titolo di Miss Italia. E a pensarci bene, è da allora che gli italiani iniziano a cadere lentamente in una profonda crisi di identità. Una crisi di identità mai vista neanche durante l’ultima parte del ventennio fascista, malgrado le innumerevoli somale sposate da italiani e sbarcate poi in Italia. Partorendo pertanto figli a loro volta italiani; italiani per diritto di sangue, ovviamente, oltre che sostanzialmente accettati. Certo, il ventennio non lasciò molto spazio ad eccessive evoluzioni culturali nella società di allora, ma forse erano anche i valori fondanti ad essere ancora radicati e molto sentiti. Per cui, un po’ l’una e un po’ l’altra impedirono agli italiani di allora qualsiasi confusione sulla loro origine e soprattutto sull’identificazione anche fisica di se stessi.

Dal 1996 ad oggi, invece, qualcosa è cambiato. In una minoranza sempre più numerosa, e quasi interamente di sinistra, si è fatta sempre più strada la voglia di destrutturare perfino costituzionalmente la nostra origine fondante. La voglia di superare le ragioni naturali della nostra specifica appartenenza con altre più prettamente culturali della generalizzata appartenenza di specie. Bene, lodevole, verrebbe da dire istintivamente. Ma a un’analisi più attenta, però, salta fuori inevitabilmente un’incongruenza di fondo: cosa c’entra l’indiscutibile ragione naturale e universale dell’appartenenza di specie con l’italianità? Con le ragioni naturali delle origini di un popolo e della sua nazione: gli italiani e l’Italia? Un popolo, si badi bene, che affonda le sue origini e le sue radici nei millenni. Un popolo di radice unica che dà vita a una nazione sulla sua stessa terra di origine. Non un variegato insieme andato a conquistarsi una terra sulla quale ha dato vita a un’aggregazione di individui di diversa origine che hanno scelto liberamente una precisa appartenenza alla nazione che ne è scaturita: come è accaduto nelle americhe, per esempio. A noi, italiani, non è accaduto questo. Le ragioni che infine ci hanno uniti sono state appunto le nostre comuni radici e la nostra terra d’origine, oltre alla lingua. E ci è costato caro, visto che ci siamo ammazzati a vicenda per millenni prima di riuscirci.

Ma assunto che di questo siamo tutti consapevoli, come mai allora una parte di noi invece di fermarsi a riflettere sulle nostre vere ragioni fondanti continua a voler mettere in discussione la legittimità dello ius sanguinis posto a tutela della nostra appartenenza. L’unica nostra vera ragione di appartenenza, dal momento che anche i ragazzini delle medie capiscono benissimo che non può esistere un popolo fondato sul lavoro. Magari, volendo, sul diritto naturale alla libertà, ma non sul lavoro. Questa è una colossale stupidaggine che solo l’eccessivo sofismo di noi italiani poteva partorire e sulla quale fortunatamente quasi ognuno di noi qualche sorrisino comprensivo l’avrà certamente speso. E sarebbe anche il caso che smettessero di accusare chi sostiene la validità delle nostre vere ragioni fondanti, e il conseguente ius sanguinis che le tutela, di volersi chiudere agli altri, di egoismo collettivo, di volersi escludere perfino dal contesto globale. Perché cosi non è e non lo è mai stato. Neanche nella nostra storia. E pertanto possiamo nutrire il ragionevole sospetto che non lo sia neanche in futuro.

Quanto detto, però, è certamente colpa anche di chi sostiene la validità di quelle nostre vere ragioni fondanti, visto che nel frattempo si devono essere sicuramente non poco distratti. Questi, piuttosto che lamentarsi di coloro che temerariamente vorrebbero saltare il fosso, farebbero bene a dare la colpa di quanto sta accadendo per primi a se stessi e alla loro incapacità di capire quanto invece era chiaro. Malgrado qualcuno da tempo paventa questa crisi di identità dichiarandolo apertamente. Inascoltato. Ma forse solo perché nessuno può essere profeta in patria. Infatti, a ricordarcelo è dovuto arrivare qualcuno addirittura dal Congo.

Invia "Lo spartiacque culturale dell'Italia." a Digg Invia "Lo spartiacque culturale dell'Italia." a del.icio.us Invia "Lo spartiacque culturale dell'Italia." a StumbleUpon Invia "Lo spartiacque culturale dell'Italia." a Google

Categorie
Articoli

Commenti