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Discussione: L'Italia non è un paese per donne

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    Predefinito L'Italia non è un paese per donne

    Barbie Nadeau, Newsweek, Stati Uniti

    Il maschilismo di Berlusconi, la tv delle veline, le discriminazioni sul posto di lavoro.
    L’Italia ha un problema con le donne e con l’evoluzione del loro ruolo nella società.
    L’inchiesta di Newsweek

    Sono le otto e mezza e gli occhi degli italiani sono tutti puntati su Striscia la notizia, il programma satirico di attualità più seguito del paese.
    Due uomini di mezz’età sono in piedi sotto un rilettore.
    Uno di loro regge una cintura da cui pende una treccia d’aglio dalla forma vagamente fallica.
    Una donna striscia per terra a pancia in giù con indosso un costume di paillettes scollato fino a sotto l’ombelico e un tanga.
    Quando si alza in piedi, uno dei due uomini le agita la treccia d’aglio davanti alla bocca: lei la
    prende in mano e se la stroina sulla guancia.
    “Su, girati, fatti dare un’occhiatina”, dice l’altro, toccando il sedere della ragazza.
    “Grazie, bambola”.
    Ecco cosa manda in onda la tv italiana durante gli orari di massimo ascolto.
    È impossibile sottrarsi a questo spettacolo, che è espressione del degrado che ormai ha raggiunto i vertici del governo e rispecchia un problema più profondo: quello della società italiana con le donne e con l’evoluzionedel loro ruolo.
    Mentre i giornali raccontano una storia infinita di fotomodelle adolescenti, escort e danzatrici del ventre marocchine che fanno le capriole con il premier, che ha 74 anni, le tv lanciano il messaggio che gli uomini sono uomini e le donne sono solo addobbi
    per le vetrine.
    I boicottaggi, le proteste o anche solo le critiche sono una rarità, e chi prova a farsene portavoce è poco ascoltato.
    E se è vero che ultimamente Berlusconi si comporta come un vecchio sporcaccione, bisogna dire che un buon numero di donne italiane si presta al suo gioco umiliante.
    Forse dietro tutto questo c’è un piano ben preciso.
    Molto prima di vincere le elezioni e diventare capo del governo per la prima volta, nel 1994, Berlusconi era già proprietario del 45 per cento del mercato
    televisivo italiano.
    Diventando presidente del consiglio ha assunto il controllo della tv di stato, il restante 50 per cento.
    Con il 95 per cento del mercato televisivo sotto l’ombrello berlusconiano, è impossibile
    negare la sua inluenza sul modo in cui sono viste e si vedono le donne italiane.
    Così come è impossibile nasconderne le conseguenze negative.
    Mentre in altri paesi europei la parità di genere viene attivamente incoraggiata perché considerata un fattore di crescita nazionale, Berlusconi ha guidato l’Italia nella direzione opposta.
    Di fatto ha sofocato le donne, creando un mondo in cui sono considerate soprattutto
    oggetti sessuali invece che alla pari degli uomini.
    Il ritratto dell’Italia berlusconiana che emerge dal Global gender gap report, il rapporto sul divario di genere nel mondo pubblicato a ottobre dal World economicforum, è drammatico.
    Lo studio, che prende in considerazione parametri come la parità salariale, l’occupazione e le opportunità di carriera delle donne, sostiene che colmando il divario di genere, nel blocco dei paesi dell’eurozona il pil aumenterebbe del 13 per cento.
    Ma l’Italia è decisamente indietro.
    È all’87° posto per quanto riguarda l’occupazione femminile, al 121° per la parità salariale, al 97° per la possibilità che hanno le donne di ricoprire incarichi al vertice.
    Per come tratta le sue donne, l’Italia è al 74° posto nella classiica mondiale, dopo la Colombia, il Perù e il Vietnam.
    Dal 2008, quando Berlusconi è tornato al governo, l’Italia ha perso sette posizioni.
    Un’intera generazione è cresciuta in una società che ritiene accettabile un’umiliante
    pornograia soft come condimento dell’attualità.
    Sono passati quasi ventitré anni da quando, sulle reti di Berlusconi, è andata in onda per la prima volta Striscia la notizia.
    Ormai le vallette non popolano solo le tv: ce ne sono anche nel governo, nominate da Berlusconi. Secondo i sondaggi, le ragazze italiane che vogliono diventare veline sono più numerose di quelle che aspirano a diventare medici, avvocati o imprenditrici.
    Altre sono convinte che non si possa fare nulla contro la discriminazione di genere.
    La cultura da harem di Berlusconi lancia il messaggio che saper sedurre conta più di un buon curriculum: “L’unico modo che abbiamo per protestare è cambiare canale”, dice Concetta Di Somma, 30 anni, insegnante di aerobica.
    “Ma quando anche l’annunciatrice del bollettino meteo mette in mostra il seno, cambiando canale rischi di perderti il telegiornale”.

    Il calendario del manager

    Sottorappresentate nelle istituzioni e nelle aziende, le donne italiane hanno poche speranze di cambiare il sistema dall’interno:
    “La nostra è una società dominata dai maschi, dalla chiesa in giù”, dice Marina, 57 anni, proprietaria di una gioielleria.
    Ha scelto l’anonimato per timore di ripercussioni negative sugli afari. “In tv e sui cartelloni pubblicitari, le donne sembrano tutte puttane, perché è quello che gli uomini vogliono vedere. Sono gli uomini a produrre gli spot pubblicitari, a guadagnarci sopra e a decidere in che modo i prodotti devono essere reclamizzati”.
    Lorella Zanardo, autrice del documentario Il corpo delle donne, mi ha raccontato di un suo recente incontro con un alto dirigente bancario.
    Sulla scrivania l’uomo aveva un calendario in cui a ogni mese corrispondeva una ragazza in bikini, mentre in bella mostra su un tavolino c’era una rivista con una donna seminuda in copertina.
    “Quell’uomo decide quante donne occuperanno posti di comando nella sua azienda”, osserva
    Zanardo.
    “Come fa a separare questi messaggi subliminali dalla realtà?”.
    Tutti i passi avanti compiuti negli ultimi anni dall’Italia verso la parità di genere si devono unicamente alle pressioni internazionali.
    I provvedimenti per favorire l’ingresso delle donne nella pubblica amministrazione e nei consigli d’amministrazione sono stati adottati dal precedente governo di centrosinistra (che è durato poco) o imposti dall’Unione europea.
    Le misure adottate per fermare la discriminazione, soprattutto nei confronti delle donne in età
    fertile, sono largamente ignorate. Il motivo, banalmente, è che nessuno si preoccupa di applicarle.
    Berlusconi “ha indebolito le istituzioni che dovrebbero affrontare questi problemi”, spiega Celeste Montoya, che insegna studi femminili e di genere all’università del Colorado e ha studiato a fondo il caso italiano.
    “Ha limitato la durata dei mandati, ha tagliato i bilanci e ha nominato donne spesso prive di esperienza e poco legate alle organizzazioni che difendono i diritti delle donne”.
    Il governo ha affrontato il problema della discriminazione concentrandosi soprattutto sulle violenze domestiche, che sono in aumento.
    Ma anche in questo caso, a Berlusconi sembra sfuggire il punto.
    L’anno scorso, per scusarsi di non essere riuscito Saturday night live, su Italia 1, nel 2009 a ridurre gli stupri, ha detto: “Dovremmo avere tanti soldati quante sono le belle ragazze, credo che non ce la faremo mai”.
    Il risultato di tutto questo è che per le donne ambiziose il posto di lavoro è diventato un ambiente poco accogliente, se non ostile. Solo il 45 per cento delle donne italiane ha un’occupazione retribuita: è la percentuale più bassa d’Europa, ed è ferma da cinque anni.
    Per fare un confronto, l’80 per cento delle donne norvegesi e il 72 per cento delle britanniche lavora fuori casa.
    Inoltre le lavoratrici italiane guadagnano in media il 20 per cento in meno degli uomini e occupano solo il 7 per cento dei ruoli dirigenziali nelle aziende, contro il 33 per cento delle scandinave.
    Anche quando hanno un lavoro retribuito, le donne italiane dedicano più tempo ai lavori domestici (21 ore a settimana) delle altre europee, a eccezione delle polacche e delle slovene. Le donne statunitensi sono impegnate in faccende domestiche solo per quattro ore a settimana. Inoltre gli uomini italiani aiutano poco in casa.
    “Per capire la donna italiana, bisogna prima capire l’uomo”, dice Maria Silvia Viti, 59 anni,
    un’insegnante in pensione che ha tirato su la iglia da sola: “Da noi la divisione del lavoro domestico, difusa in altri paesi, non esiste”.
    Secondo uno studio dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), gli uomini italiani hanno ogni giorno ottanta minuti di tempo libero in più delle donne.
    Più di quanto non avvenga in qualsiasi altro paese dell’Ocse (in Norvegia gli uomini hanno appena tre minuti di tempo libero al giorno in più delle donne).
    Secondo un rapporto dell’Associazione italiana uomini casalinghi – gruppo non numerosissimo – il 70 per cento dei maschi italiani non ha mai usato i fornelli a gas e il 95 per cento non ha mai fatto il bucato.
    Lo stato italiano concede alle donne un generoso congedo di maternità (cinque mesi, con la garanzia di mantenere il posto anche dopo il parto).
    Ma questo non ha fatto aumentare il loro potere. Anche se è vietato dalla legge, durante i colloqui i datori di lavoro non esitano a chiedere alle candidate se hanno intenzione di mettere su famiglia, e molte piccole e medie imprese preferiscono non assumere le donne in età per fare figli, per non rischiare di ritrovarsi a lungo con un posto scoperto.
    Per quella minoranza di italiane che lavora e ha figli, è difficilissimo trovare asili nido che rispondano alle loro esigenze.
    Tanto che la metà di loro si affida, per la cura dei figli, soprattutto alle nonne.

    Famiglia o lavoro

    In Italia le madri che lavorano sono meno apprezzate che in quasi tutti gli altri paesi europei. Soprattutto fuori dai grandi centri urbani, la donna che lavora e manda i igli al nido – sempre che ce ne sia uno – è considerata negligente.
    “Per molti italiani tradizionalisti, la cosa migliore per i bambini piccoli è stare con la mamma”, spiega Daniela Del Boca, un’economista dell’università di Torino.
    Ma questo rischia di portare a una situazione in cui l’unica a occuparsi dei figli è la madre.
    E spesso il compito di crescere i figli ricade interamente sulla madre anche quando il padre è disoccupato.
    Il paradosso è che, nonostante questa idealizzazione della igura della mamma, l’Italia è anche il paese europeo con il più basso tasso di natalità: 1,3 figli per ogni donna.
    Le italiane che non possono fare a meno di lavorare si sentono costrette a sceglieretra figli e impiego: “La donna in carriera ha diicoltà a gestire il suo lavoro se ha più di un figlio”, dice l’insegnante in pensione Maria Silvia Viti.
    Il basso tasso di natalità rappresenta un problema enorme per un paese “vecchio” come l’Italia, dove si spende il 15 per cento del pil per le pensioni, di cui gode il 22 per cento della popolazione, una percentuale incredibilmente alta.
    Rendere la vita più facile alle madri che lavorano potrebbe aiutare la ripresa economica e fermare il declino della qualità della vita di tutte le italiane e tutti gli italiani.
    Come si legge nel rapporto sul divario di genere del World economic forum, basterebbe dare un lavoro retribuito a qualche centinaio di migliaia di donne in più per far crescere il pil italiano
    dell’1 per cento.

    Cambiare, non solo canale

    Ma per Berlusconi l’idea di una forza lavoro femminile istruita è una barzelletta.
    Basta pensare che il premier ha nominato ministro per le pari opportunità Mara Carfagna,
    un’ex show girl le cui foto in topless spiccano ancora sui calendari appesi nelle stanze di alcuni uici in parlamento.
    Nei suoi discorsi, Carfagna invoca spesso la “parità di diritti e di dignità” per le donne.
    Ma Berlusconi ha idee completamente diverse sull’argomento.
    Di recente, nel corso di un meeting, ha spiegato che per le donne c’è un modo sicuro per garantirsi un futuro di felicità e di sicurezza finanziaria: “Cercati un fidanzato ricco”, ha detto il capo del governo.
    Un anno fa, più di centomila donne italiane hanno irmato l’appello “Quell’uomo
    ci offende, fermiamolo”.
    Il premier ha liquidato la notizia con una risata.
    Alcuni settori della stampa cattolica hanno inalmente deciso di condannare le abitudini sessuali di Berlusconi, definendolo “malato e senza controllo”.
    Ma queste critiche non sono tollerate dai mezzi d’informazione controllati da Berlusconi.
    Quando Veronica Lario, la sua ex moglie, ha protestato pubblicamente per il comportamento
    del marito, la reazione è stata istantanea: un quotidiano di destra ha sbattuto in prima pagina alcune sue foto in topless, risalenti all’epoca in cui faceva l’attrice, definendola “velina ingrata”.
    È chiaro che l’uscita di scena di Berlusconi, se mai avvenisse, spezzerebbe l’intreccio perverso tra politica, mezzi d’informazione e discriminazione delle donne.
    “La sua uscita di scena sarebbe un messaggio importante”, dice Daniela Del Boca.
    Ma per vedere qualche progresso concreto, gli italiani, uomini e donne, dovranno cambiare il loro modo di pensare.
    E per farlo non basterà cambiare canale.


    Edit by Nevermind: onde evitare problemi di copyright, qui trovate l'articolo originale: il corpo delle donne.pdf
    Ultima modifica di Lonegunman; 28-11-2010 alle 18:38
    Vedo cose che voi umani non potete neanche immaginare. Non più.



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    Predefinito La strategia del maschilismo di Kristina Kappeli

    Il sessismo in Italia non è un’invenzione di Berlusconi.
    Il premier l’ha rispolverato tirandone fuori gli aspetti peggiori ed elevandolo a norma di governo


    La presidente di Federcasalinghe, Federica Rossi Gasparrini, una volta mi ha parlato della mancanza di rispetto che Silvio Berlusconi dimostra per le donne in politica.
    Alle elezioni del 1994 l’associazione decise di sostenere Forza Italia.
    Rossi Gasparrini cercò di fare in modo che Berlusconi mantenesse le promesse fatte alle casalinghe.
    Ma a ogni incontro lui si limitava a raccontare barzellette volgari.
    Alla fine, sentendosi presa in giro, chiese a Berlusconi se il governo era davvero interessato alle
    casalinghe.
    “Certo che ci interessano le casalinghe”, rispose Berlusconi.
    “Soprattutto quelle sotto i 25 anni e con la quarta di reggiseno”.
    Penso che la questione femminile sia centrale per capire il Berlusconi uomo politico, la società italiana contemporanea e il modo in cui il premier la influenza. Di certo, il maschilismo in
    Italia non l’ha inventato lui.
    Ma l’ha rispolverato tirandone fuori gli aspetti peggiori ed elevandolo a norma.
    In Italia l’8 marzo tutte le donne ricevono un ramoscello di mimosa.
    Un bel gesto, che ricorda i modi gentili che gli italiani riservano al cosiddetto sesso debole.
    Ma la mimosa deperisce in fretta, e non serve a cambiare la posizione della donna nella società italiana del ventunesimo secolo.
    L’Italia è uno dei paesi europei con la più bassa rappresentanza femminile in parlamento: solo il 21 per cento alla camera e il 18 per cento al senato, contro una media in Europa del 23 per cento e a fronte del 45 per cento della Svezia.
    Questo spiega perché i governi non hanno mai adottato una politica a sostegno delle famiglie
    degna di questo nome.
    L’Italia spende l’1,4 per cento del pil per la famiglia e la cura di bambini e anziani, contro il 3 per
    cento della Svezia.
    I privilegiatissimi uomini politici italiani non sembrano aver mai rilettuto seriamente su questi problemi, forse perché non hanno mai dovuto occuparsene in famiglia.
    In altri paesi, le donne guadagnano costantemente posizioni nelle istituzioni, e le politiche familiari
    e sociali prendono sempre più spazio nel dibattito politico.
    In Italia un parlamento maschilista e anziano continua a non tener conto di questi sviluppi.
    Silvio Berlusconi interpreta una cultura umiliante, che peggiora la situazione di un paese dove neanche il forte movimento femminista degli anni settanta è riuscito a scalire il maschilismo. Nonostante questo, le donne giocano un ruolo importante nei successi politici del premier. Secondo un sondaggio del 2009, il 42,6 per cento delle donne e il 37,2 per cento degli
    uomini ha sostenuto il Popolo della libertà.
    Altre ricerche hanno dimostrato un legame tra le ore trascorse davanti alla tv e
    la propensione a votare per Silvio Berlusconi.
    E il capo del governo si rivolge in modo particolare alle donne durante le sue campagne elettorali.
    Prima delle elezioni politiche del 2008 è intervenuto in molti programmi televisivi del mattino,
    seguiti soprattutto dalle donne.
    È nell’incontro conidenziale e apolitico con il pubblico della tv che Berlusconi si assicura molti voti femminili.
    Con queste apparizioni, riesce a dare la paradossale impressione di avere a cuore le elettrici.
    La strategia funziona.
    E non solo con le donne anziane e con le casalinghe.
    Tra le sue sostenitrici più fedeli ci sono anche donne giovani con un alto livello di scolarizzazione,
    spesso con un background borghese e tradizionalista.
    Queste donne credono nei vecchi ruoli maschili e femminili.
    Quando ho chiesto ad alcune di loro come giudicano il sessismo di Berlusconi, hanno risposto quasi tutte che secondo loro il premier si comporta con le donne in modo galante e cortese.
    Nel 2006 è stato creato a Napoli il comitato “Silvio ci manchi”.
    La fondatrice, Francesca Pascale, è una ragazza di 21 anni con un passato da velina in un’emittente tv napoletana e una candidatura a consigliere comunale per il Popolo della libertà. Ho conosciuto per caso una dei membri del comitato duranteun comizio a Napoli nel 2008.
    Sotto la pioggia, in piazza del Plebiscito, era parcheggiato un camper dal quale una bella ragazza distribuiva degli opuscoli del partito.
    La ragazza era un’esca perfetta: una folla di uomini si avvicinava.
    I genitori della ragazza entravano e uscivano dal camper con vestiti e cibo per la figlia. Speravano che i contatti con il comitato potessero trasformarsi in qualcosa di concreto, come una parte da velina in uno show televisivo o, perché no, una candidatura.

    I confini della politica

    Berlusconi non è l’unico uomo politico maschilista.
    E anche in passato le donne venivano usate per prendere voti.
    Ma con Berlusconi questo tipo di promozione politica è diventata una strategia.
    I confini tra politica e spettacolo sono sempre più sottili.
    Tutti i partiti cercano di candidare personaggi televisivi noti.
    L’idea è che un viso conosciuto e amato attira consensi, a prescindere dalla sua esperienza politica.
    Nel caso del Popolo della libertà, alla notorietà si aggiunge la bellezza, soprattutto se il candidato è una donna.
    Quando la politica, da attività maschile e intellettuale che si svolge negli
    austeri uffici dei partiti, si trasforma in uno show su un palcoscenico televisivo, dove uomini e donne eleganti recitano battute prefabbricate, si può avere l’impressione che il sistema stia aprendo le porte alle donne.
    Le ragazze che vengono scelte come candidate per il Popolo della libertà fanno dei brevi corsi per imparare il mestiere della politica.
    Dopo pochi giorni sono pronte per cominciare a lavorare.
    In questo modo Berlusconi può replicare a chi lo accusa di non dare spazio alle donne.
    Queste candidate non si occuperanno di questioni che interessano il mondo femminile, daranno solo l’illusione di farlo.
    Resteranno quello che forse erano predestinate a essere: decorazioni innocue con il compito di
    fornire qualche stimolo sessuale al lavoro parlamentare.
    Vedo cose che voi umani non potete neanche immaginare. Non più.



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