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Discussione: Ma siamo davvero dei codardi?...

  1. #1
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    Predefinito Ma siamo davvero dei codardi?...

    Ci meritiamo tutti questi poco onorevoli appellativi che ogni tanto ci piovono addosso da ogni parte?
    Vigliacchi, codardi, voltagabbana, opportunisti, commedianti e chi più ne ha più ne metta... Ci provengono dalla Britannia alla Gallia, dalla Caucasia all'Oriente senza dimenticare la Sassonia e la Germania in generale... e quest'ultima anche in particolare.

    Eppure perfino questi loro nomi glieli abbiamo dati noi... Tutto ciò che ha traghettato i popoli di gran parte del pianeta Terra nel mondo moderno lo abbiamo creato noi, il palpabile e l'impalpabile. Noi italici, che però veniamo definiti non solo dai tedeschi come un "non popolo". Ma davvero non lo siamo?
    Qualcuno di noi ci prova a venirci in aiuto... ad aiutarci a capire. E stavolta un pò più seriamente.

    La querelle viene scatenata dall'ennesimo articolo denigratorio dei tedeschi nei nostri confronti, costruendo un paragone tra loro, come popolo, e noi, sempre come popolo. La scusa dalla quale scaturisce questa deliberata aggressione, invece, come tutti noi abbiamo avuto modo di osservare, viene assegnata palesemente al vergognoso comportamento del capitano della nave Concordia.

    «Mano sul cuore - esordisce infatti l'articolo di Der Spiegel -: qualcuno si è forse meravigliato del fatto che il capitano della Costa Concordia fosse italiano? Ci si può immaginare che a compiere una simile manovra, inclusa la fuga successiva, potesse essere un tedesco oppure, diciamo anche, un capitano di marina britannico?». Il tutto seguito dall'immediata risposta de Il Giornale... che è quella che ha fatto più rumore ma senza dimenticare che su altre testate ce n'erano anche di più velenose.
    Questo:


    A noi Schettino. A voi Auschwitz.

    Il settimanale "Der Spiegel" ci definisce un popolo di codardi perché "gli italiani non sono una razza". Loro sì, e lo hanno dimostrato assieme a Hitler.

    Una nota di protesta del nostro ambasciatore a Berlino e nulla di più. Così sta passando di fatto sotto silenzio l’aggressione all’Italia messa in atto da Der Spiegel, il più importante settimanale tedesco: copertina sul caso Concordia e un titolo che non lascia spazio a equivoci: «Italiani mordi e fuggi» letteralmente, ma traducibile come «italiani codardi».

    Secondo Der Spiegel siamo un popolo di Schettino e non c’è da meravigliarsi di ciò che è successo al largo del Giglio. Di più: siamo tutte persone da evitare, un peso per l’Europa, un ostacolo allo sviluppo della moneta unica. Loro, i tedeschi, sì che sono bravi, «con noi certe cose non accadono perché a differenza degli italiani siamo una razza».

    Che i tedeschi siano una razza superiore lo abbiamo già letto nei discorsi di Hitler. Ricordarlo proprio oggi, giorno della memoria dell’Olocausto, quantomeno è di cattivo gusto. È vero, noi italiani alla Schettino abbiamo sulla coscienza una trentina di passeggeri della nave, quelli della razza di Jan Fleischauer (autore dell’articolo) di passeggeri ne hanno ammazzati sei milioni. Erano gli ebrei trasportati via treno fino ai campi di sterminio. E nessuno della razza superiore tedesca ha tentato di salvarne uno. A differenza nostra, che di passeggeri ne abbiamo salvati 4.200 e di ebrei, all’epoca della sciagurate leggi razziali, centinaia di migliaia.

    Era italiano anche Giorgio Perlasca, fascista convinto, che rischiò la vita per salvare da solo oltre 5mila ebrei. È vero, noi italiani siamo fatti un po’ così, propensi a non rispettare le leggi, sia quelle della navigazione che quelle razziali. I tedeschi invece sono più bravi. Li abbiamo visti all’opera nelle nostre città obbedire agli ordini di sparare su donne e bambini, spesso alla schiena. Per la loro bravura e superiorità hanno fatto scoppiare due guerre mondiali che per due volte hanno distrutto l’Europa.

    Fanno i gradassi ma hanno finito di pagare (anche all’Italia) solo un anno fa (settembre 2010) il risarcimento dei danni provocati dal primo conflitto: 70 milioni di un debito che era di 125 miliardi. Ci hanno messo 92 anni e nel frattempo anche noi poverelli li abbiamo aiutati prima a difendersi dall’Unione Sovietica, poi a pagare il conto dell’unificazione delle due Germanie.

    Questi tedeschi sono ancora oggi arroganti e pericolosi per l’Europa. Se Dio vuole non tuonano più i cannoni, ma l’arma della moneta non è meno pericolosa. Per questo non dobbiamo vergognarci. Noi avremmo pure uno Schettino, ma a loro Auschwitz non gliela toglierà mai nessuno.
    Ultima modifica di Chrom; 29-01-2012 alle 07:16

    Bene, andrò all’inferno.

  2. I seguenti User ringraziano:


  3. #2
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    La questione era ovvio che non si sarebbe fermata lì. E infatti:


    SERVI DEI TEDESCHI L'ITALIA DICE NEIN

    Ondata di reazione contro l’articolo dello Spiegel che ci definisce un popolo di codardi: basta con i maestrini di Berlino che ci denigrano e pretendono di insegnarci a vivere. Il direttore Alessandro Sallusti replica con un editoriale: "A noi Schettino, a voi Auschwitz"

    Da ieri, almeno per noi, lo spread è sceso e non di poco. La distanza tra la Germania e l’Italia si è accorciata, e non mi riferisco al valore dei titoli di Stato.
    Parlo della consapevolezza che i tedeschi non sono una razza superiore, che noi italiani non siamo il loro zerbino né servi di nessuno.

    Lo deduco dopo aver letto molti dei commenti recapitati a migliaia al nostro giornale e circolati in rete, da Facebook a Twitter, sul titolo: «Tedeschi, a noi Schettino, a voi Auschwitz», con il quale abbiamo aperto la prima pagina di ieri in risposta allo sprezzante articolo pubblicato dal settimanale Der Spiegel sul fatto che gli italiani, lo proverebbe l'incidente del Giglio, sarebbero una «non razza di codardi».

    Il senso del mio articolo era che i tedeschi possono insegnarci alcune cose ma non come stare al mondo. La loro storia glielo impedisce e la devono smettere di fare i maestrini d’Europa perché, indipendentemente dal Pil, hanno seminato solo lutti e disastri. La sorpresa è stata che su questa tesi si è ritrovato un popolo che non ha colore politico ma dignità e senso di appartenenza. E che è stufo di pendere dalle labbra della Merkel e soci.

    È un buon segno. Perché adesso basta. Non meritiamo di essere declassati da oscure agenzie di banchieri che negli scorsi anni ci hanno imbrogliati e depredati. Non meritiamo di essere sbeffeggiati nel mondo e insultati da giornalisti da salotto, palloni gonfiati dell’informazione. Non meritiamo di essere commissariati da una Europa che nega le radici sulle quali proprio gli italiani, nei secoli,l’hanno prima costruita e poi fatta diventare il centro del Mondo.

    Se tutto questo è successo è perché noi italiani glielo abbiamo permesso in nome dell’antiberlusconismo: denigrare l'Italia per colpire l’ex premier. Qualcuno ci ha provato anche ieri, prendendo le parti dello Spiegel. A questi signori, che ci hanno criticato e insultato per aver evocato Auschwitz, vorrei ricordare che la giornata della memoria dell’Olocausto, che cadeva proprio ieri, non è una questione di stile.

    A rimuovere le responsabilità tedesche nella caccia agli ebrei in nome del politicamente corretto si rischia il negazionismo. A parlare di razza, come ha fatto il giornalismo dello Spiegel, si rischia il nazismo. Non ci pentiamo di averlo scritto, perché, parafrasando la frase simbolo del caso Schettino: Italiani, torniamo a bordo, *****.
    Ultima modifica di Chrom; 29-01-2012 alle 23:24

    Bene, andrò all’inferno.

  4. Il seguente User ringrazia :


  5. #3
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    Ed è continuata...


    Il vero dramma dei tedeschi: essere invidiosi degli italiani

    Sono ostaggio di convenzioni e conformismo, da noi c’è più libertà

    Io sto con Goethe. «Kennst du das Land wo die Zitronen blühn?». «Conosci tu il Paese dove fioriscono i limoni?/ Nel verde fogliame splendono arance d’oro/ un vento lieve spira dal cielo azzurro/ tranquillo è il mirto, sereno l’alloro/ lo conosci tu bene? Laggiù, laggiù vorrei con te, o mio amato, andare». Sono i versi del tempo del Viaggio in Italia e illuminano il perché di un’attrazione più di un libro di storia, un trattato di psicologia, un tomo di psicanalisi. Siamo sopravvissuti all’alleanza con Hitler, figuriamoci se non sopravviveremo al miserabile articolo dello Spiegel.

    Il termine Germania viene da Tacito, e nel Medio Evo imperatori come Ottone il Grande e Federico II, lo «Stupor Mundis», passarono più tempo al di qua delle Alpi che in casa propria. Quanto al Barbarossa, «discese» in Italia per sei volte, prima di farsene una ragione e starsene tranquillo.

    Le partite di calcio ideologiche fra nazioni ci fanno vomitare. Ciascuna ha le sue miserie e le sue grandezze, l’ignobile e il sublime. Tirarsele addosso è roba da carrettieri dello spirito. Diceva Nietzsche a proposito della «profondità» tedesca: «È spesso soltanto una pesante, tardiva “digestione”. E come tutti i malati cronici, come tutti i dispeptici hanno la tendenza alla comodità, così il tedesco ama la “franchezza” e la “dirittura”. Come è comodo essere franchi e probi».

    Se devo essere sincero, a me delle brume profonde del nord, del sangue e del suolo, dell’Ordnung muss sein non è mai fregato niente, e fra nord e sud scelgo il sud, il mare e il sole, le pelli abbronzate e se la vogliamo dire tutta, visto che lo Spiegel parla di razze, i veri ariani, gli indoeuropei col botto, sono i curdi, mica i tedeschi. In Germania, più o meno travestiti da turchi, ce n’hanno a bizzeffe e quindi farebbero meglio a «interagire» con loro se proprio vogliono tornare alle radici.

    Perché i tedeschi, nonostante lo Spiegel, siano attratti dall’Italia, e non viceversa (noi li rispettiamo, ci andiamo magari a lavorare, ma è un’altra cosa) è presto detto. Non c’è la convenzione, l’armonia artificiale fatta passare per naturale, il si fa così perché tutti fanno cosi. Respirano, insomma, tornano a pensare con la testa più libera. Noi italiani ne diciamo talmente tante su noi stessi, che non c’è critico in grado di starci alla pari.

    È il nostro sport nazionale, frutto del fatto che sappiamo da dove veniamo. Siamo antichi, più che vecchi, troppo antichi. C’è quella frase del principe di Salina nel Gattopardo che è una metafora dell’Italia, non della Sicilia: «Vengono per insegnarci le buone creanze, ma non lo potranno fare, perché noi siamo dèi». La nostra vanità, frutto della nostra storia, è più forte delle nostre miserie.

    Diceva il grande poeta tedesco Heinrich Heine: «Anche quando fanno discorsi sulla libertà, i tedeschi in segreto amano essere in catene». Nello stesso secolo, sullo stesso territorio e per un lungo periodo nello stesso arco di tempo, sono riusciti a essere contemporaneamente nazisti, comunisti e democratici. La chiamano Sonderweg, peculiarità tedesca, ovvero una storia identitaria che nel susseguirsi di tracolli, riordinamenti e crolli sistemici non le ha mai permesso un’autentica auto-percezione nazionale. C’è un’eccezionalità in tutto questo, ma il problema è che noi sappiamo chi siamo, mentre i tedeschi debbono essere continuamente rassicurati su chi siano veramente.

    Prendiamo Hitler, il Bunker, la cancelleria. Una tragedia wagneriana, non c’è dubbio, la discesa agli inferi accompagnata dal canto delle Walkirie. Volete paragonarla al 25 luglio, Mussolini sull’autoambulanza, l’Otto settembre e il Processo di Verona, Dongo? Eppure, qui non ci sarà Wagner, grandissimo certo, ma c’è Shakespeare, c’è re Lear che ha perso il trono, un padre che deve far fucilare il marito della figlia e sa che per quel sangue lei lo maledirà, c’è un’amante che gli muore al fianco, c’è l’ubriacatura dei vincitori che appendono per i calcagni i vinti.
    C’è la vita, mentre di là c’è il cartone dell’opera.

    Solo noi italiani, per quel difetto congenito di sputarsi addosso, ne abbiamo fatto una tragica farsa. La vera tragedia è qui, lì c’è la messa in scena, la rappresentazione. Le critiche altrui sono sempre ben accette, in Italia, poi. E però viene in mente la risposta di quell’aristocratico romano a un diplomatico statunitense che lo infastidiva sulla poca moralità e la rilassatezza dei costumi al tempo della cosiddetta dolce vita. «Occorre più disciplina, più rigore, più senso dello Stato» gli diceva quello. «Ma veda, caro» lo interruppe il principe: «Quando voi eravate ancora a dipingervi sugli alberi, noi eravamo già froci».
    Ultima modifica di Chrom; 29-01-2012 alle 23:25

    Bene, andrò all’inferno.

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  7. #4
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    E ancora...


    Servi di Berlino? Il popolo del web dice nein

    Lo scandalo fa il giro del mondo. Internet si schiera col Giornale: "Attacco razzista". L’autore: sono stato frainteso


    Roma - Le finali dei mondiali di calcio al confronto erano noiose partitelle da oratorio. L’Italia-Germania di questi giorni è una sfida che travolge i social network e i blog dei due Paesi. Una valanga di tifo pro e contro Il Giornale innescata dall’articolo del settimanale Der Spiegel a proposito della tragedia della Concordia con l’accusa agli italiani codardi «mordi e fuggi» e poi dalla risposta di ieri del Giornale, con il titolo: «A noi Schettino, a voi Auschwitz», e un ricordo degli orrori del nazismo. Una provocazione riportata anche dai siti dei principali quotidiani italiani, come Il Corriere e Repubblica, e che dunque ha fatto il giro d’Europa e del mondo.

    Le diplomazie tacciono. Due giorni fa il nostro ambasciatore a Berlino, Michele Valensise, aveva attaccato le affermazioni «volgari e banali» dello Spiegel. L’ambasciata tedesca a Roma ieri ha risposto con un «no comment» alla replica del Giornale, ma i siti ribollono, e le pagine in rete dello Spiegel sono inondate di commenti, molti di appoggio alla linea del nostro quotidiano, con una dura condanna del nazismo che si rinnova proprio nel giorno della memoria dell’Olocausto, altri di insofferenza per entrambi i titoli.

    Certo è che, dopo l’editoriale del direttore Alessandro Sallusti e il titolo del Giornale, dell’affondo dello Spiegel contro l’Italia si parla ovunque e senza remore.
    L’autore dell’articolo, raggiunto dalla Stampa, si difende: «Sono stato frainteso, mai parlato di razza ma di stereotipi, anche positivi. Nessun tedesco farebbe l’inchino per salutare la mamma».

    Tra i partiti italiani ad appassionarsi al caso è in particolare la Lega: «I tedeschi ci fanno pentire di essere in Europa insieme a loro - il commento del governatore veneto Luca Zaia - Il governo Monti tiri fuori i fondamentali». Su Twitter il caso Spiegel-Giornale era nella top ten degli argomenti più discussi della giornata. Sulla pagina del settimanale di Amburgo su Facebook, in particolare, erano tantissimi i commenti di italiani indignati: «Quanti eroi tedeschi a Marzabotto, 1944», faceva notare con ironia Alessandro Cavarape. Erminia Visco: «Questo non è giornalismo, è una barbarie! Gli italiani del Giglio hanno anche aperto le loro case ai vostri connazionali!».

    Sulla pagina del Giornale, un vero scontro tra pensieri opposti: si andava dal «fate schifo», rivolto ai giornalisti del quotidiano, con altri insulti irripetibili, a moltissimi messaggi di stima. Fiorenzo Bucci: «Grazie direttore, siete stati gli unici a difenderci da un attacco razzista che abbiamo ricevuto da chi nulla sa imparare dalla storia». Benedetta Porry Pastore: «Io penso che oggi avete avuto coraggio e avete fatto bene, anzi benissimo, a pubblicare l’editoriale di Sallusti. E questo lo dico da persona che generalmente non vi legge e non è d’accordo con voi».

    Anche su Twitter lodi e minacce. Billy Ballo: «A noi Schettino, a voi Auschwitz. A me un revolver e l’indirizzo de Il Giornale». Sul blog del Corriere, invece, più i commenti positivi: Simone 67: «Personalmente credo che Sallusti abbia giustamente difeso il popolo Italiano. Per quanto riguarda Auschwitz è un fatto, non è una bugia». Argentopuro: «Ha fatto bene il Direttore a rispondere così duramente». E infine yngwie83, con una scossa ai più ideologicizzati: «Siete così accecati dall’odio politico per Berlusconi che preferireste farvi violentare, calpestare, umiliare e uccidere dai tedeschi, piuttosto che, in questo caso, dar ragione al Giornale?».
    Ultima modifica di Chrom; 29-01-2012 alle 23:25

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    Chi dirige lo Spiegel? Un conterraneo del capitan Schettino

    Il direttore del settimanale tedesco è Georg Mascolo. Suo padre è nato a Castellammare di Stabia, ad appena 14 km da Meta di Sorrento, il paese di Schettino


    Indovinate chi è il direttore di Der Spiegel, il giornale che ha preso di mira tutti gli italiani con un articolo in cui ci definisce un "popolo di codardi".
    E' un uomo di 47 anni. Si chiama Georg Mascolo. E' figlio di una tedesca e un italiano (di Castellammare di Stabia). Città non troppo lontana (13,6 chilometri, circa venti minuti in auto) da Meta di Sorrento, il paese di Schettino (guarda la mappa).

    Mascolo è il "direttore unico" dello Spiegel dal febbraio 2011: prima (dal 2008) aveva condiviso la prestigiosa carica con Mathias Müller von Blumencron. Mascolo è entrato nel mondo del giornalismo partendo dalla televisione, poi, nel 1992, a 27 anni, è passato alla carta stampata, con lo Spiegel. Divenuto famoso, non solo in Germania, per il giornalismo d'inchiesta, Der Spiegel ha pubblicato gli scoop, o presunti tali, di Wikileaks.

    Arcinote le storiche campagne antitaliane: su tutte quella del 1977, rimasta scolpita nella memoria, con il piatto di spaghetti sormontato da una pistola P38. Ovviamente tutti gli italiani erano mafiosi, come oggi sono "Schettino". Oggi come ieri, nulla è cambiato. E meno male che il direttore del giornale è figlio di un italiano...


    Insomma, come ho avuto modo di affermare altre volte, è molto più comodo per chi può scegliersi diversamente, all'abbisogna...
    Personalmente, e conoscendo io perfettamente il tedesco, e i tedeschi, vorrei precisare che quei "freundlichen Grüßen" con i quali il nostro ambasciatore chiosa la sua risposta, all'autore di quell'articolo glieli avrei infilati volentieri dove sono sicuro sappia bene anche lui... e questo suo valente direttore di dubbia origine.
    Ultima modifica di Chrom; 29-01-2012 alle 23:29

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  11. #6
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    Chrom sei meraviglioso

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    Sarà forse il mio limite -cioè il non essere direttamente coinvolta- ma nel pezzo di Fleischhauer leggo più che altro una sorta di critica (o comunque una presa in giro) al modo di pensare, e anche di affrontare problematiche serie come quella della politica monteria, basato sugli stereotipi.

    Per chi conosce il tedesco, questo l'articolo originale:

    Italienische Fahrerflucht
    Eine Kolumne von Jan Fleischhauer

    Volkscharakter sei eine Erfindung von gestern, lernen wir schon in der Schule, Klischees über Nationen hätten ausgedient. Aber ist das wirklich so? Unzeitgemäße Gedanken anlässlich der Irrfahrt eines italienischen Kapitäns.

    Hand aufs Herz: Hat es irgendjemanden überrascht, dass der Unglückskapitän der "Costa Concordia" Italiener ist? Kann man sich vorstellen, dass ein solches Manöver inklusive sich anschließender Fahrerflucht auch einem deutschen oder, sagen wir lieber, britischen Schiffsführer unterlaufen wäre?

    Man kennt diesen Typus aus dem Strandurlaub: ein Mann der großen Geste und sprechenden Finger. Im Prinzip harmlos, man sollte ihn nur nicht zu nahe an schweres Gerät lassen, wie sich zeigt. "Bella figura" machen, heißt der italienische Volkssport, bei dem es darum geht, andere zu beeindrucken. Auch Francesco Schettino wollte eine gute Figur machen, leider war ihm ein Felsen im Weg.

    Okay, das war jetzt sehr unkorrekt. Wir haben uns seit langem abgewöhnt, im Urteil über unsere Nachbarn kulturelle Stereotypen zu bemühen. Das gilt als hinterwäldlerisch, oder, schlimmer noch, rassistisch (auch wenn, um im Bilde zu bleiben, nicht ganz klar ist, inwieweit das Italienische an sich schon eine eigene Rasse begründet).

    Mit dem Nationalcharakter verhält es sich wie mit dem Geschlechterunterschied. Eigentlich ist er längst abgeschafft, aber im Alltagsleben stoßen wir trotzdem ständig auf ihn. Man muss nur einmal einen Nachmittag im Kindergarten verbracht haben, um alles anzuzweifeln, was uns die aufgeklärte Pädagogik über das Geschlecht als soziales Konstrukt lehrt. Tatsächlich lebt eine ganze Schattenindustrie sehr auskömmlich vom Unterschied zwischen Mars und Venus und wie man am besten damit zurechtkommt. Das Pendant zu solchen Anleitungen ist der Reiseführer, der einen in die Eigenheiten und damit Typologie fremder Kulturen einführt.

    Irgendwie steckt in uns bis heute medial gesehen der Hunne

    Vor allem die Deutschen haben ein Problem mit kulturellen Zuschreibungen. Die Engländer zum Beispiel halten uns bis heute nicht für besonders humorbegabt - trotz der jahrelangen Bemühungen von Komikgiganten wie Mario Barth oder, Achtung Kabarett, Hagen Rether. Die Franzosen wiederum machen sich über die britische Küche lustig und die Belgier über den angeblichen Geiz der Niederländer.

    Wir kennen den Volkscharakter nur in seiner negativen Variante, als Selbstbezichtigung. Kaum brüllen irgendwo ein paar Jugendliche dummerhafte Parolen, kreuzt der Konfliktforscher Wilhelm Heitmeyer in der Presse auf und erklärt, warum der soziale Friede gefährdet ist ("explosive Situation") und ein Rückfall kurz bevor steht.

    Irgendwie steckt in uns bis heute medial gesehen der Hunne, der nur darauf wartet, wieder loszuschlagen, das funktioniert seltsamerweise immer.

    Man muss keine Vererbungslehren bemühen, um zur Auffassung zu gelangen, dass sich Nationen unterscheiden. Es gibt dafür klimatische Gründe, auch Sprache spielt eine Rolle. Normalerweise ist das nicht weiter von Belang, man sollte nur keine Politik auf der Annahme begründen, dass Grenzen lediglich im übertragenen Sinn noch ihre Bedeutung haben. Was passieren kann, wenn man aus politischen Gründen von der Psychologie der Völker absieht, zeigt die Währungskrise, die uns in diesen Tagen ja nur deshalb aus den Augen geraten ist, weil der Mann im Schloss alle Aufmerksamkeit auf sich zieht. Der Fels vor dem Schiff ist hier der Zinssatz des Marktes.

    Geburtsfehler des Euro? Die Zwangsjacke für verschiedene Kulturen

    Wenn jetzt allenthalben von der unterschiedlichen Leistungsfähigkeit der Länder die Rede ist, dann ist das die um alles Anstößige bereinigte Art zu sagen, dass bestimmte Klischees eben doch ihre Berechtigung haben. Der Geburtsfehler des Euro war, sehr verschiedene Kulturen des Wirtschaftens in die Zwangsjacke einer gemeinsamen Währung zu sperren.

    Um zu erkennen, dass dies nicht gutgehen konnte, musste man nicht Volkswirtschaft studiert haben, ein Besuch in Neapel oder auf dem Peloponnes hätte eigentlich gereicht. Nun sucht man händeringend nach einer Lösung. Die Antwort der Kanzlerin ist, dass alle so werden wie wir; man wird sehen, wie weit sie damit kommt.

    Nationen können sich ändern, darin liegt, wenn man so will, der Trost. Die Italiener haben vor 2000 Jahren noch ein Weltreich befehligt, das von England bis Afrika reichte. Die Deutschen haben inzwischen Mühe, bei zu viel Schnee und Eis den Bahnverkehr aufrechtzuerhalten. Es dauert nur eben mitunter sehr lange, bis sich einige Klischees abnutzen. Manchmal braucht es dazu einige Generationen.



    PS @Chrom sull'edizione online della testata Der Spiegel, gli unici "mit freundlichen Grüssen" che leggo sono quelli che chiudono la replica dell'ambasciatore italiano.

  13. #8
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    Questa invece è la migliore traduzione del pezzo che sono riuscita a trovare online (a cura di Silke Jantra)

    Fuga di un comandante …“all'italiana”...

    Che il carattere di un popolo sia soltanto una falsa etichetta del passato lo impariamo già a scuola e lo stesso vale per i luoghi comuni sulle nazioni. Ma è veramente così? Pensieri anacronistici sul comportamento di un capitano italiano.

    Siamo sinceri: qualcuno si è sorpreso che il capitano del disastro "Costa Concordia" fosse un italiano? Potremmo immaginare una manovra di quel tipo, compresa la successiva fuga del responsabile, effettuata da un capitano tedesco, o addirittura da uno britannico?

    Conosciamo questo genere di persona dalle vacanze al mare: un uomo che si sente protagonista e che ama gesticolare. In teoria si tratta di un individuo innocuo, probabilmente basterebbe non farlo avvicinare troppo a macchinari complicati. Fare "bella figura" è lo sport nazionale italiano, il cui scopo è impressionare gli altri. Anche Francesco Schettino voleva fare una bella figura, ma purtroppo si è trovato davanti uno scoglio.

    Ok, scrivere tutto questo è stato veramente scorretto. Abbiamo rinunciato da tempo agli stereotipi culturali per giudicare i nostri vicini. Questo modo di fare viene considerato zotico o, ancora peggio, razzista (anche se, per rimanere in tema, non è del tutto chiaro fino a che punto l’italianità sia di sé sinonimo di una razza a parte).

    La questione dei caratteri nazionali somiglia un po’ alla differenza tra i generi. In linea di principio, quest’ultima è stata abolita da tempo, ma nella vita di tutti i giorni ci sbattiamo contro continuamente. Basta trascorrere un pomeriggio alla scuola materna per iniziare a dubitare di tutto ciò che la pedagogia spregiudicata ci ha insegnato sui generi come mero costrutto sociale. In realtà, una vera e propria economia sommersa prospera sulla differenza tra Marte e Venere e sul modo migliore per alimentarla. Per quanto riguarda i caratteri nazionali, le indicazioni relative si trovano nelle guide turistiche tascabili, che ci informano sulle peculiarità e dunque sulle diverse tipologie delle culture straniere.

    In un certo senso ancora oggi l’Unno abita in noi

    Soprattutto i tedeschi hanno problemi di identificazione culturale. Gli inglesi, per esempio, ci ritengono ancora oggi un popolo dotato di scarso senso dell’humor - nonostante anni di sforzi intrapresi da noti comici quali Mario Barth oppure Attenzione Cabaret, Hagen Rether. I francesi, a loro volta, prendono in giro la cucina inglese e i belgi scherzano sulla presunta spilorceria degli olandesi.

    Conosciamo il carattere nazionale soltanto nella sua variante negativa, come auto-imputazione. Appena alcuni giovani urlano slogan ottusi, sulla stampa fa la sua comparsa il polemologo Wilhelm Heitmeyer, per spiegarci i pericoli che minacciano la pace sociale ("situazione esplosiva") e perché una ricaduta potrebbe essere imminente.

    In un certo senso, ancora oggi l’Unno abita in noi e non vede l’ora di poter nuovamente colpire, e stranamente questo funziona sempre.

    Non c’è bisogno di scomodare la genetica per giungere alla conclusione che le diverse nazionalità si distinguono tra loro. Sono sufficienti motivi climatici, e persino la lingua gioca un suo ruolo. Normalmente questo non rappresenta un problema, ma non si dovrebbe impostare la politica sulla supposizione che i confini nazionali abbiano un significato solo in senso figurato. Ciò che può accadere quando, per motivi politici, si ignora la psicologia dei popoli, ci viene dimostrato dalla crisi monetaria, che in questi giorni abbiamo perso di vista soltanto perché l'uomo che era in plancia attira su di sé tutta l'attenzione. In questo caso lo scoglio davanti alla nave rappresenta il mercato dei tassi di interesse.

    Difetto di nascita dell'euro? La camicia di forza per diverse culture

    Parlare oggi così chiaramente delle differenti solvibilità dei paesi significa ammettere che alcuni cliché hanno ancora ragione di esistere, senza poter essere per questo accusati di indecenza. Il difetto congenito dell’euro è stato quello di imprigionare culture economiche molto diverse nella camicia di forza di una moneta comune.

    Del resto, per capire che così non poteva funzionare, non era necessario aver studiato economia; una visita a Napoli o al Peloponneso sarebbe stata sufficiente. Ora si sta cercando disperatamente una soluzione. La risposta della Cancelliera è che tutti diventeranno come noi; staremo a vedere fin dove arriverà con questo suo modo di pensare.

    Le nazioni possono cambiare e, volendo, questo ci può essere di conforto. 2000 anni fa gli italiani comandavano ancora un impero mondiale che si estendeva dall'Inghilterra fino all'Africa. Con molta neve e ghiaccio i tedeschi oggi fanno fatica a mantenere in funzione il traffico ferroviario. Purtroppo alcuni cliché richiedono tempo per scomparire; in alcuni casi sono necessarie diverse generazioni.

  14. #9
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    Unhappy

    Sto seguendo questa vicenda e la polemica che ne è scaturita con molto interesse, perchè mi piacerebbe capire .
    Ma non credo si arriverà mai a conoscerne tutti gli aspetti e tutto quello che è accaduto quella notte; anche perchè entrano in gioco talmente tanti fattori, che sarebbe impossibile avere il quadro completo della situazione.
    Inoltre credo che si possa solo esporre un punto di vista e non arrivare ad un giudizio netto.
    Esprimo il mio:
    Un essere umano è un essere umano, nessuna legge, nessun codice, può regolamentare l'istinto, l'emotività e l'imprevisto.
    Se l'errore c'è stato, vuoi che sia tecnico, vuoi che sia l'egoismo di salvarsi senza pensare agli altri, io non me la sento di sentenziare nè prò nè contro, perchè dovrei trovarmi nella stessa situazione e scegliere diversamente per poter ergermi a giudice.
    Solo una cosa non mi è mai piaciuta del regolamento della marina militare: che il comandante dev'essere l'ultimo ad abbandonare la nave!
    è una contraddizione in termini, perchè con 5.000 persone a bordo, si dovrebbe essere sicuri che tutti siano scesi, e mettendoci nell'ipotesi che ciò possa essere avvenuto, come si può avere la certezza e il controllo numerico, che tutti, ma proprio tutti dei 5.000 siano scesi?
    quindi sarebbe dovuto morire in ogni caso!...io la trovo un'assurdità!
    Voglio aggiungere solo un'altra cosa: queste navi da corciera hanno decine di piani sopra dell'acqua e zero stiva che possa fare da zavorra; va da sè che la sicurezza và a farsi benedire a favore del lusso e dell'alloggiamento di quanti più passeggeri è possibile.
    E mi fanno molto ridere quando parlano di spostamenti, di una nave in mezzo al mare, di 9 mm...sarebbe il colmo conoscere al micron uno spostamento infinetesimale e non avere una teconologia altrettanto potente da impedire tali incidenti!
    p.s. quindi la mia risposta è NO! NON SIAMO DEI CODARDI!
    Se pensi di essere troppo piccolo per fare la differenza, prova a dormire con una zanzara. una linguaccia era poca

  15. #10
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    Io avevo letto l'articolo dello Spiegel e non lo avevo trovato offensivo, anzi, in un certo senso avrei potuto scriverlo io dopo qualche ora in una birreria tedesca dove sentivo i commenti degli astanti sul fatto che una cosa del genere può succedere solo in italia, figuarti se è un italiano ... e per fortuna non sapevano ancora della moldava in plancia

    è come qui che esci e ti sempbra di essere circondato da ingegnieri navali, contrammiragli in pensione e esperti di gestione delle emergenze ad ogni angolo ...

    quante volte si scherza sul fatto che in l'italia ci sono 59mils di allenatori di calcio, ecco, sentirsi circondati da stereotipi e questo articolo gioca a smontarli come stereotipi ma comunque salvaguardando le diversità e le peculiarità delle varie culture
    sarei sicuramente indisciplinato se il mio ruolo lo concedesse

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